Ho parlato con Sarri e mi ha detto che…

Maurizio Sarri è una persona semplice, che non disdegna la battuta e l’espressione colorita. Lo abbiamo apprezzato a Empoli, lo abbiamo conosciuto sulla panchina del Napoli come l’allenatore del “bel gioco”, lo critichiamo ora dopo le esperienze al Chelsea e alla Juventus, entrambe vincenti.

Questa vicenda dell’esonero mi ha talmente colpito e affascinato che anche io sono andato alla ricerca di qualche parola, una semplice battuta per coglierne l’umore e comprendere più a fondo le pieghe dell’universo bianconero. Si tratta ovviamente di una conversazione immaginaria e immaginata, ma non molto lontana da quella che sarebbe potuta essere la realtà.

Il tecnico toscano è in piedi a bordo campo, con il suo mozzicone di sigaretta spento da assaporare e mangiucchiare come fanno i bambini con il “ciuccio”. Un portafortuna. Mi guarda e mi sorride. Un’ironia tagliente la sua, un ghigno che sa di amaro, di “agrodolce” per citare il presidente Agnelli, ma in fondo Maurizio tutto ciò se lo aspettava.

“Se solo avessi avuto il tempo di lavorare”, sembra dire con i suoi occhi. Dopo essersi sistemato gli occhiali che scivolano sempre sul naso analizza il percorso e le cadute della sua stagione. “Siamo stati poco continui in alcuni frangenti, forse qualche sconfitta di troppo non è piaciuta alla dirigenza”. Non c’è posto per la delusione o la malinconia, piuttosto per l’orgoglio: “Però nei due scontri diretti contro l’Inter si è vista la mia Juve: cattiva, concentrata e cinica. Sono proprio quei 6 punti ad averci consegnato il tricolore”. 

Impossibile non parlare del “bel gioco” e di uomini. Lui, Sarri, ne avrebbe cambiati parecchi, ma sembrava quasi indelicato chiedere una rivoluzione a una società che continua a vincere e si sente giustamente sulla cresta dell’onda. La gestione di Ronaldo, la convivenza con Dybala, la resurrezione di Higuain. Quei senatori che un giorno ti amano e quello dopo si domandano perché.

Una piccola, grande convinzione. La Juventus è prima di tutto una azienda e come tale deve rendere conto dei propri risultati a tutti gli azionisti, perseguendo vittorie in campo sportivo ma anche organizzativo e finanziario. Gli chiedo se in fin dei conti, la figura dell’allenatore sia quasi secondaria in un contesto di tale valore. Si sistema nuovamente gli occhiali e mi risponde: “Non mi sono mai sentito protagonista e sapevo fin da subito che non sarebbe stato facile”.

Il passato napoletano, le feroci critiche e i confronti con i suoi predecessori non hanno certamente aiutato Mister Sarri, ora pronto per il meritato riposo. L’obiettivo minimo è stato centrato, il rammarico è quello di non essere riuscito a cavalcare quell’onda anomala. 

Riccardo Amato

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