Il calcio e il tabù dell’omosessualità

Per la categoria Storie, mi spingo in un terreno inesplorato, affrontando il calcio e i suoi tabù. Come potete leggere nel sottotitolo del mio blog, “Capire il mondo del calcio”, lo sport e il calcio in generale non hanno solo a che fare con risultati e prestazioni. Esistono questioni più profonde, importanti, da trattare. Possono sorgere difficoltà e incomprensioni ogniqualvolta si insabbi il problema.

Il tema dell’omosessualità nello sport è tra i meno dibattuti. Chissà il perché. In questa occasione mi aiuterà un amico, Maurizio Mazzocchi, grande tifoso laziale e appassionato di calcio. Un racconto estremamente attuale ed interessante per chi volesse dire la sua, ma nel momento topico, non sente di avere forza o voce. Un articolo dedicato a chi si sente solo o incompreso. Le parole possono aiutare ad esprimere qualcosa di nascosto.

“I miei ricordi da bambino? L’oratorio: c’era una squadra di calcio e partecipavamo ai vari tornei regionali. La scuola calcio è stata la mia prima palestra di vita. Undici anni molto importanti dal punto di vista umano, contraddistinti da quello spirito e quella partecipazione che rendono il calcio uno sport divertente”

“Il mio mito è sempre stato Alessandro Nesta, da piccolo gli scrivevo persino delle lettere”. Come altri calciatori di quell’epoca che sembra ormai lontana, il calciatore era soprattutto uomo, volto pulito, esempio. “Sono un grande tifoso della Lazio ed ebbi la fortuna di conoscere Beppe Signori quando giocava nel Foggia”. Non fu l’unico personaggio famoso che Maurizio incontrerà lungo il suo cammino.

La passione per il calcio è sempre stata una questione di famiglia. Impossibile ignorare quello che successe nel periodo del Foggia di Zeman negli anni ’90. “Anche noi abbiamo contribuito alla passione di quella piazza così calda. Una sorta di educazione e comprensione della cultura sportiva”.

Da ragazzo mi cimentavo con alcuni giochi per computer. Il mio preferito era Championship Manager: lì ho capito che mi sarebbe piaciuto diventare un allenatore. Ne parlai con Delio Rossi, tecnico del Lecce nella stagione 2002/2003. Mi ero reso conto che nel gioco c’erano degli ottimi giocatori e gli dissi di promuovere Chevanton. Il resto è storia.

Crescere significa anche confrontarsi soprattutto con se stessi. “Da bambino non avevo la consapevolezza di chi ero, eravamo tutti uguali. Mi chiamavano “il ballerino” per il mio portamento e la mia gestualità. Tuttavia non avvertì alcun problema di inclusione”. Con l’avvento dei social media, la questione potrebbe cambiare. I ragazzi di oggi potrebbero avere più difficoltà a confrontarsi con il mondo esterno.

“Nel 2013 scoprì quasi casualmente che un amico giocava a calcio. Fu così che creammo una squadra di calcetto composta da ragazzi gay: ci fu talmente tanto entusiasmo da dover organizzare due-tre partite a settimana per accontentare tutti”. Fu quasi come il primo passo sulla luna.

“Non eravamo soli. A Bologna, Torino, Firenze e Napoli si organizzarono altri tornei. Il più folkloristico al quale partecipammo fu “La finocchiona” di Firenze, nel giugno del 2015, proprio durante il periodo del Gay Pride. Uno dei momenti che ricordo con maggiore piacere era quello in cui si mangiava e beveva tutti insieme e poi si andava a ballare dopo la partita”. Creare un gruppo sano e affiatato, nel calcio come in altri sport ci permette di scoprire i valori dell’amicizia e della condivisione.

“Decidemmo di alzare l’asticella e di iscriverci ai tornei Sportland. Alcune squadre non si dichiaravano dal punto di vista del loro orientamento sessuale, altre invece sì. Devo sottolineare come non abbiamo mai avuto problemi, né situazioni scomode o insulti con le altre squadre”.

Il pregiudizio. “Il mercato (gli sponsor) e le questioni economiche pesano eccome sulle scelte dei principali personaggi pubblici. Il tabù si crea perché si nascondono delle cose. La politica, in particolare con il ddl Zan, prova a dire che lo Stato c’è e può aiutare anche nello sport”.

Omosessualità e razzismo sono sullo stesso piano? “I problemi legati al razzismo e all’omosessualità dovrebbero attestarsi sullo stesso livello. Ciò che vedo è che per il primo si sta facendo qualcosa…”

“Parlare nelle scuole, avvicinare le famiglie e i ragazzi alla comprensione di se stessi potrebbe essere una soluzione. Dall’educazione sessuale al semplice dialogo, non serve costruire muri, bisogna aprire le classi ai temi dell’attualità”. Un collegamento richiesto anche per la semplice preparazione all’attività sportiva.

“Avete presente l’immagine dello stadio che ti fischia solo perché sei nero? Ora i giocatori reagiscono, possono farlo e ricevono solidarietà, ma se dovesse farlo qualcuno come omosessuale? Cosa accadrebbe? Una persona omosessuale nel calcio è ancora sola, non ha la forza, non è aiutata e compresa ad essere accettata”.

Spesso ci si nasconde dietro quel “politicamente corretto” che soffoca i tentativi di educazione nel senso di far conoscere il problema.Il calcio è una scuola anche in questo senso. Apprezzare il valore della diversità, a partire dai più piccoli, rappresenterebbe un gran bel punto di partenza.

Qualcosa sta cambiando. I mondiali di calcio femminile trasmessi in tv sono già un momento storico: un insegnamento per il pubblico (maschile). Esiste anche il calcio femminile. Da sempre esistono delle contraddizioni ormai accettate. Una su tutte? La pallavolo maschile.

Meglio tardi che mai. Un altro importante messaggio di inclusione? Le donne arbitro come Stephanie Frappart, in campo in occasione della finale di Supercoppa Europea soltanto qualche mese fa.

“Oggi è difficile fare il calciatore per i messaggi che lanci ogni giorno.Ci vuole più impegno. Dietro l’angolo c’è sempre un problema di comprensione. Da David Beckham a Cristiano Ronaldo, le questioni relative all’immagine non sono mai state così cruciali”.

In un calcio maschilista, la donna che fa la sfilata in tv e i maschi che sbraitano e urlano di calcio mostrano un connubio perfetto per una seconda serata. La donna sessualizzata, intesa come rappresentazione molto femminile nell’apparire, spesso stona con un concetto di “sola” professionalità.

Una Anna Billò (Sky Sport) ad esempio, costruisce la sua immagine non solo sulla bellezza ma soprattutto sulla competenza. Così è stato per Ilaria D’Amico, padrona di casa del calcio in tv. Non deve per forza apparire. Una famosa soubrette moglie di un calciatore invece non fa nulla per non provocare e far parlare di sé.

Sono mai stati invitati come ospiti in tv dei calciatori omosessuali? Raramente è successo. Sintomo di una presa di distanza, più o meno immaginaria, da un mondo già presente all’interno del mondo del calcio.

Riccardo Amato

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