Il calcio italiano? C’è poco da stare Allegri

È tornato a parlare Massimiliano Allegri e come sempre ha fatto rumore. Le sue parole  sono quelle di un osservatore interessato, profondo conoscitore di alcune dinamiche interne allo spogliatoio di una grande squadra che sfuggono a molti, preoccupati più dalla battuta da audience rispetto alla verità. Il calcio italiano è invitato a una nuova riflessione, a partire dalle riforme e dalle (mancate) risposte della politica, fino ad arrivare alle cocenti delusioni internazionali. Tra qualche mese l’Italia di Roberto Mancini parteciperà a un Europeo con una grossa responsabilità sulle spalle: smentire con i fatti il sospetto di una nuova debacle.

Dal “muso corto” diventato ormai celebre nella battaglia mediatica contro il Napoli di Sarri, passando per le vecchie maniere impartite da Galeone, al gabbione di Livorno (“dove ho perso solo una volta”), tutto fa brodo e ci aiuta a sdrammatizzare un calcio mai così in crisi e così pesante nella sua narrazione. Occorre rimboccarci le maniche, ne siamo certi, ma complicare ciò che di più semplice esiste (portare un pallone nella porta avversaria) diventa quasi una sfida estesa a tutto il popolo di appassionati e addetti ai lavori.

Il calcio è semplice, basta comprenderlo. L’ex tecnico della Juventus ha persino provato a riassumere alcune regole in un libro, ciò che non gli vanno giù sono i teorici del calcio e chi alimenta questa complessità. Uno sport diventato ormai scienza, uno spot più per studiosi che per spensierati fruitori della domenica, un’esaltazione della chiacchiera colta a tutti i costi. I giocatori, le risorse umane, il gioco e la cosiddetta “mentalità europea” sono solo alcuni dei focus del nostro calcio e qui le ricette non mancano. Le soluzioni, a parole, sono pronte da un pezzo, peccato che spesso non si compiano scelte per cambiare davvero usi e costumi in voga da anni. Cattive abitudini che ci hanno resi vincenti (in passato) e allontanati contemporaneamente dalla nuova vittoria: convincere anche in futuro.

In Italia il futuro è tra un mese, in Europa il futuro è il prossimo quinquennio. Giocatori e tecnici si alternano, sfiorano un progetto sportivo, scattano le foto di rito e poi spariscono. Qualcuno si chiede persino perché la Vecchia Signora e il tecnico livornese si siano separati. E qui non c’entra solo Pirlo, perché la convinzione, di tutti, resta la seguente: in Serie A, dopo qualche anno, devi cambiare allenatore.

E in Europa? Lì sì che si progetta, si sperimenta, si cambia ma si dà valore alle idee. La mentalità sportiva si costruisce nel tempo. Dal magazziniere al presidente, ognuno conosce il suo ruolo, rispetta le regole e mette davanti a tutto e tutti l’interesse generale. In Italia non c’è merito e scarseggiano le possibilità. Non è poi così difficile imbattersi nelle serie minori, in calciatori di 35 anni in campo e di 18 in panchina. In Olanda, tanto per citare una realtà sportiva, un giocatore di 16 anni debutta in prima squadra nella massima serie.

Peccato che poi parli un grande ex allenatore e tutti ci si senta filosofi o “aggiustatutto”. Pronti a cambiare. I discorsi sono sempre gli stessi, mancano le azioni più che le intenzioni, manca una Riforma dello Sport, mancano gli esempi. Il calcio è della gente, ma i fili vengono tirati dai potenti e dai portatori di interessi. Ecco perché c’è poco da stare Allegri. Se desideriamo un calcio sostenibile e che sia veramente di tutti, urge un’inversione a U il prima possibile. Siamo ancora in tempo per cambiare i nostri destini.

Riccardo Amato

Pagina FB Il Blog di Riccardo Amato 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.