La storia di Antonio Altieri, numero 10 in campo e nella vita

Ora che gioca con la maglia della Fermana, la sua maglia è la numero 6, ma poco importa. Antonio Altieri è un giovane uomo di 18 anni, perché chiamarlo ragazzo, anche soltanto per le esperienze vissute, sembra riduttivo. Un calciatore alla ricerca dell’ultimo gradino prima del successo, della consacrazione, di quel fatidico: “Ce l’ho fatta!”. Ripercorriamo le tappe di una giovane e ripida carriera, scandita da colpi di tacco (e di testa), qualche ingenuità e tanta fantasia.

Partiamo da te stesso. “Mi ritengo un moderno Robin Hood, mi piace stare nel giusto anche se sono consapevole dei miei difetti. Una testa calda e una propensione a dire la sempre la verità, il che significa essere scomodi. Se ho perso delle opportunità per questo? Sì ma non solo per colpa mia, quando ci sono di mezzo altri interessi sembra quasi che per emergere non basti mai quello che fai in campo”. 

Mai banale e pronto ad aprire le porte del suo mondo, Antonio è così, sa cosa vuole e non ha paura di mostrare anche le sue debolezze.

Eppure la tua carriera fin qui parla da sola. Nei professionisti da quando avevi 8 anni e un percorso per certi versi simile ad alcuni calciatori che stiamo ora apprezzando in Serie A (come l’ex Inter e compagno di squadra Sebastiano Esposito e il neo bianconero Rovella). Se ti guardi indietro, cosa vedi? “Il calcio per me è un gioco. Questa è la mia grande occasione e la vivo con passione, ci credo fortemente. Se lo meriterò arriverò in alto”. Una famiglia semplice, quattro fratelli (Chiara, Mattia, Gabriele e Milos) e due genitori, Giada ed Ezio, sempre presenti, anche quando è necessario vivere i momenti più difficili. “Ma io ho sempre voluto continuare, non ho mai mollato”. Determinazione e tenacia sono spesso indispensabili per puntare ai palcoscenici più importanti.

“Ricordo con piacere anche quelle figure che mi hanno accompagnato nel mio percorso, in primis Michele Sbravati (Responsabile del Settore Giovanile del Genoa), il sig. Piazzi a Parma, il grande scopritore di talenti Clerici a Brescia, il sig. Pansera ai tempi dell’Albinoleffe e Moretti per la parentesi a Piacenza. Personalità che conoscono il mondo del calcio, aiutano i giovani italiani a crescere e a credere nelle loro possibilità, ritagliandosi il giusto spazio. Non è un caso che a Genova, ad esempio, ogni anno arrivino in prima squadra degli ottimi giocatori. Ringrazio anche i miei ex allenatori: Abate, Oneto, Massolini e Gabetta”.

Un giovane alla ricerca della versione migliore di se stesso e consapevole della strada da percorrere. “So che devo guadagnarmi da vivere e col pallone non sarà facile, ma la missione è questa: combattere per superare le difficoltà”. Antonio non ha paura di un esame di coscienza. “Non sarebbe stato sbagliato lavorare come fanno tutti gli altri e guadagnarsi così da vivere”. Il calcio italiano sembra in crisi e fa strano parlarne con chi è entrato in questo mondo da bambino (tre anni all’Albinoleffe e cinque a Brescia rappresentano due step fondamentali per la sua crescita), con un’esperienza che ancora rimpiange, quella di 6 mesi a Lugano, un’oasi felice dove “il divertimento del calcio più sano e pulito mi ha reso felice”. In Svizzera Antonio è stato protagonista nelle vittorie di due trofei (Campionato e Coppa).

Il richiamo del Genoa, per storia e tradizione si è rivelato però irresistibile…“Con il Grifone siamo andati a un passo dallo scudetto, mancava così poco e lo avremmo meritato”. Il presente si chiama Fermana, l’ambiente giusto per dimostrare il proprio valore. “Ho un buon rapporto sia con il Team Manager Bargoni che con Mister Mercanti. Devo dimostrare e so che ogni mattina quando mi alzo devo provare ad alzare l’asticella chiedendo sempre qualcosa di più a me stesso. Solo così arriverò in alto”.

Il tuo contratto scadrà il prossimo giugno. Valuteresti una nuova opportunità all’estero? “Volentieri (anche se non vedo la sua espressione, visto che siamo al telefono, mi sembra quasi stia sorridendo)”.

Un giovane calciatore ha bisogno di giocare con continuità e serenità, crescendo con leggerezza e una sana ambizione. Il calcio è divertimento e passione, il lavoro è un’altra cosa. “Grazie al mio modo di vivere questo gioco tengo dentro di me la speranza di aiutare la mia famiglia e la gente che ne ha bisogno. Non è solo altruismo, è riconoscenza. Un giorno vorrei essere ricordato come un esempio in positivo. So che andrò di fronte a degli ostacoli e che oltre al talento dovrò avere testa e concentrazione”.

Il tuo rapporto con papà Ezio. Affetto, sostegno, realismo e concretezza. “È un uomo schietto e il nostro rapporto è diretto. Non ho mai pensato di smettere, semmai di cambiare Paese e ripartire da zero. Questo perché bisogna sapersi mettere in gioco ogni tanto, capire veramente il proprio valore. Così si misura il peso di una persona”.

Futuro e sogni, quali club ti attraggono maggiormente e se dovessi sognare una nuova maglia, quale sarebbe? “La mia passione per il calcio brasiliano e argentino mi rende semplice la scelta: per assurdo tra Boca Juniors e la mia Juventus (la squadra del cuore di Antonio) sceglierei senza dubbio il club di Buenos Aires. Un motivo? Laggiù si vive il calcio con semplicità e genuinità, come dovrebbe essere. In fondo è solo un gioco”.

Qualche aneddoto? È vero che i professori a scuola ti chiedevano la tua maglia? “Mi ricordo quando facevo il raccattapalle e i giocatori più grandi non mi filavano nemmeno per sbaglio. È un qualcosa che ti fa riflettere. La gente ha bisogno di modelli e di buone maniere, siamo persone e dobbiamo tutto al pubblico: più rispetto e un atteggiamento positivo renderebbero questo sport ancora più piacevole dal punto di vista umano. Anche se gioco da tempo tra i professionisti, non mi sento “arrivato”. Non basta il talento ma serve la testa, sai quante volte degli amici me lo hanno detto?”.

Perché si fa così fatica a scovare i giocatori di talento in Italia? “Quando gioco porto dentro di me le mie origini, una volta il campo era il parchetto sotto casa. Si trascorrevano tutti i santi giorni a giocare e a giocare, così imparavi per forza. A volte, in campo, in un match importante, scelgo il colpo più difficile, affidandomi all’istinto, proprio come quando ero bambino e volevo fregare chi mi stava davanti. Da piccolo tenevo sempre con me un pallone. L’immaginazione faceva tutto il resto. La fantasia nasce dalla testa, la mia pazzia mi aiuta a fare grandi cose. Lo ammetto, “sono veramente fuori”, sono matto. Sai cosa mi succede? A volte faccio prima una cosa e me ne rendo conto soltanto dopo. Questa è la mia passione, ho tanta voglia di stare sempre col pallone tra i piedi o in testa”.

Fantasia difficile da reperire anche nelle scuole calcio. Quanto ne avremmo bisogno…“Siamo diventati un po’ troppo attenti alla tattica anche con i più giovani. Un bambino non dovrebbe mai avere dei limiti e lo stesso allenatore dovrebbe comprendere e rispettare i diversi momenti della sua crescita. Se non rendiamo liberi i più piccoli, spariscono i dribbling e tutto ciò che rende magico questo sport. Il calcio è imprevedibilità”.

C’è qualcosa di cui ti penti? “La testata contro la Juventus in campionato contro il Genoa. Presi 4 giornate di squalifica e imparai la lezione. È il mio piccolo rimpianto. In quel momento qualcosa cambiò e me ne resi subito conto. La mentalità ti porta a grandi risultati. Sono convinto di essere più maturo e altrettanto sicuro che il meglio debba ancora arrivare”.

E quando ce l’avrai fatta e ti guarderai indietro, quale sentimento prevarrà: fame o rivincita? “Rivincita perché ho sofferto e ci tengo molto a riuscire in ciò che faccio. Mi applico e cerco di allenarmi ogni giorno al meglio, ma sono sempre un ragazzo e ho bisogno della mia libertà. Sai una cosa? In dieci anni non ho mai saltato un allenamento”.

Come vedi i giovani oggi? “Li vedo male (risata), Instagram e tutta questa apparenza allontanano i ragazzi dalla realtà. Quali sarebbero i contenuti? non c’è voglia di appassionarsi e credere in qualcosa. Una volta mi sono stupito guardando un ragazzo che palleggiava per strada. Ho fermato la macchina e sono andato a conoscerlo. Ne è uscita una conversazione di mezzora sulla vita e i nostri obiettivi. In un certo senso è stato quasi come se stessi parlando allo specchio. Ho rivisto me stesso e mi sono unito a quel sogno del ragazzo di “voler diventare qualcuno”.

La conversazione sta per concludersi e parola dopo parola resto sempre più impressionato dalla maturità di questo ragazzo, consapevole che la vita è fatta di sforzi e sacrifici oltre che di gioie e che talvolta il tuo marcatore non ti fa vedere una palla. C’è tempo per citare due grandi maestri come Walt Disney e Albert Einstein, “geni inventori un po’ matti”, perché in fondo tutto nasce da un’idea, da una visione, da una possibilità. Poi sta a te scegliere se provare a seguirla o se accontentarti.

Un ricordo affettuoso, una persona chiave per ogni bambino o ragazzo, la nonna Viviana, scomparsa poche ore fa e alla quale Antonio ha dedicato il gol – vittoria contro la Sambenedettese, come le aveva promesso. La semplicità di un gesto, il valore della famiglia e l’amore per la condivisione di qualcosa di speciale.

Ultimo atto. Scena da colloquio di lavoro. Ti chiedono un tuo pregio e un tuo difetto, cosa rispondi? “La testa è il mio pregio e il mio difetto, la felicità e la follia le mie ali per volare alla ricerca del mio posto nel mondo”. Antonio ci sorprende ancora, come quando, da bambino, calciò da venti metri e sorprese l’incolpevole portiere. Nel calcio come nella vita, conta mettercela tutta e stupire. In bocca al lupo Antonio, con l’augurio di rileggere tra qualche anno questa intervista e riderci un po’ su, nel frattempo un’altra occasione d’oro avrà deciso di farti visita. E tu l’avrai colta al volo.

Riccardo Amato

 

Antonio Altieri (Fermana) in azione durante il match contro il Perugia. Foto da Instagram

 

 

Antonio ai tempi del Brescia era già difficile da marcare

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