Intervista a Erminio Russo: “Alleniamo a pensare in modo vincente”

Sono felice di conoscere e farvi conoscere un allenatore giovane, emergente, di cui si parla un gran bene. Chiacchierando con lui ho imparato che il calcio è ricerca oltre che impegno e passione. Le soluzioni esistono a patto che le domande siano più delle risposte. Come è cambiato il mestiere dell’allenatore di calcio?

Ci risponde Erminio Russo, allenatore della Primavera del Novara, giunto al momento topico della sua carriera. Quel momento in cui consapevolezza ed esperienza ti aiutano a pensare in grande e a porti nuovi obiettivi. Il lavoro sul campo, le persone che incontri e che ti ispirano, le scelte che possono accelerare un percorso o farti tornare indietro. L’importante è credere nelle proprie capacità e non tradire se stessi.

Alle origini  della tua carriera da calciatore. Gli anni nel Settore giovanile dell’Inter non si possono dimenticare.

“Un periodo fantastico della mia infanzia e soprattutto una palestra di vita. Dal punto di vista formativo ho imparato molto e ho coltivato il sogno di diventare un calciatore. Fuori dal campo eravamo tutti molto controllati e sapevamo come comportarci. Percepivo già un senso di attenzione e responsabilità che avrei sviluppato da grande”.

Il salto: la carriera da allenatore. Possibilità o scelta?

“Una scelta. Mi è sempre piaciuto rubare qualcosa agli altri allenatori che ho conosciuto. Capire per poi proporre una mia idea di calcio, una soluzione a un mondo complesso. Un pallone e infinite possibilità”.

Un antico proverbio dice: “Non è tutto oro quel che luccica”. Può tornarci utile parlando anche del mondo del calcio?

“In dieci anni di carriera mi è capitato di affrontare anche delle difficoltà. Non è un mondo facile. Alcune persone mi hanno sicuramente aiutato. È una professione che ti costringe a fare delle scelte. Se vuoi crescere e migliorare continuamente non devi fermarti. In quei momenti ho cercato di guardare un po’ più in là e intravedere la meta”.

Credi sia necessario a volte scendere a compromessi?

“Non bisogna snaturarsi. Dal confronto con le altre persone e dalla condivisione nascono le idee migliori. Non c’è invidia tra allenatore e collaboratori. Siamo una squadra e abbiamo in testa un unico obiettivo. È importante il “come” più del “che cosa” proponi in campo”.

Quali sono gli allenatori che più ti hanno ispirato?

“Guardiola e Bielsa sono due mostri sacri che tutti ammirano. In Italia ci sono diversi allenatori preparati. Uno su tutti, Roberto De Zerbi. Ha grandi conoscenze dal punto di vista tecnico – tattico ed è un maestro nella gestione dei giovani calciatori”.

La Primavera. Si parla tanto di squadre B e del futuro di questi ragazzi. Ma come arrivano a questo step? Sono preparati e pronti a ciò che li attenderà?

“La Primavera rappresenta quel trampolino di lancio verso un futuro più o meno luminoso. Bisogna continuare a dare ai ragazzi. L’aspetto umano è molto importante. Prima di tutto cresciamo uomini. Il calcio è, in questo senso, una scuola di vita. Non tutti i ragazzi che arrivano a questo punto della loro carriera diventeranno dei calciatori. Dobbiamo comprenderlo e accettarlo. I calciatori che ho a disposizione sono pronti ma non sono calciatori finiti”.

Come ti trovi a Novara?

“A Novara so che posso contare su due figure di riferimento e di assoluto spessore come Marco Rigoni (Responsabile del Settore giovanile) e Marco Regina (Responsabile della Metodologia del Settore giovanile). Abbiamo obiettivi ambiziosi e crediamo nel nostro lavoro. Sono nell’ambiente ideale per fare calcio. Sintonia, passione e idee ci stimolano a fare del nostro meglio. La società ci ha messo a disposizione delle strutture fantastiche che agevolano il lavoro di noi allenatori. I pilastri del nostro lavoro convergono in un’unica idea: creare il giocatore e portarlo con volontà in prima squadra. Coraggio e senso di appartenenza sono valori che animano anche i calciatori delle altre categorie. Abbiamo un modo di fare e un linguaggio comuni. Siamo una grande squadra”.

Qual è il tuo mantra? In cosa credi?

“Continuare a insegnare e non smettere mai di imparare sono i due capisaldi del mio pensiero. L’allenatore è un insegnante di vita. Solo passando attraverso una crescita personale puoi migliorare te stesso e chi ti sta attorno”.

L’esperienza a Lugano: un altro mondo, un’oasi felice, un laboratorio…definiscila con le tue parole

“Una pagina fondamentale della mia storia. Mi sono confrontato con una cultura diversa da quella italiana e devo dire che la Federazione svizzera lavora con competenza attraverso linee guida importanti. A Lugano ho imparato a sperimentare e a crescere insieme. Non a caso si parlava di laboratorio. Forse in quegli anni ho capito che sarebbe stato questo il mio mestiere. Sento ancora le persone che hanno condiviso con me quegli anni sul campo e fuori”.

La tua idea di calcio

“Lavoriamo per principi e cerchiamo di essere sempre padroni del gioco. Le individualità devono essere al servizio del collettivo, i calciatori devono essere abili nella gestione della partita. Quest’ultimo focus deriva dal lavoro settimanale, dalle conoscenze acquisite durante la formazione del giovane calciatore. Un obiettivo importante è quello di far crescere giocatori pensanti”.

Cosa ne pensi di tutta questa filosofia applicata al calcio? In fondo è un gioco semplice. Ci stiamo allontanando dalla sua vera essenza?

“Va bene la teoria, ma il ruolo dell’allenatore vive anche di praticità e pragmatismo. Ogni volta cerchiamo di aggiungere quel dettaglio in più che possa far spostare l’ago della bilancia dalla nostra parte”.

Si può dire che negli ultimi anni il mestiere dell’allenatore sia diventato ancora più complicato?

“L’allenatore è un ruolo difficile. Oltre alle responsabilità devi essere in grado di convivere con la pressione. Spesso è necessario uscire dalla tua comfort zone. La tua credibilità e la capacità di gestione del gruppo fanno la differenza. Non esiste l’io ma il noi. L’aspetto umano e la tua sensibilità con i ragazzi ti permettono di conoscere e affrontare le difficoltà che si possono presentare”.

Come ti comporti quando conosci per la prima volta i tuoi nuovi giocatori? Parli singolarmente con ognuno di loro? Qual è il tuo approccio?

“Credo molto nel valore delle relazioni. Avendo a che fare con 26 ragazzi so che ognuno è diverso e ha le sue necessità. Ricerchiamo il dialogo e poniamo grande attenzione all’aspetto mentale. Assieme al mio staff siamo consapevoli delle sfaccettature dei nostri ruoli e dei diversi compiti. Colgo l’occasione per presentarli e ringraziarli: Stefano Pavon (preparatore atletico), Simone Dellara (preparatore dei portieri), Davide Micillo (responsabile dei portieri), Filippo Dalmoro e Filippo Galbiati (i miei due collaboratori). A volte mi sento psicologo, altre fratello maggiore, altre ancora papà. Osservo e cerco il controllo della situazione. Il confronto con me stesso e con il mio staff diventa una risorsa fondamentale”.

Grande umanità e aspetti cognitivi sono due ricette del vostro lavoro

“Dal punto di vista cognitivo so che i miei ragazzi sono reattivi, si sentono coinvolti. Spesso mi chiedono il perché di una esercitazione, interagiscono. L’interpretazione e la loro elaborazione personale rendono l’allenamento uno strumento prezioso per crescere non solo come calciatori. Le mie risposte conducono a una nuova riflessione e a volte, proprio quando penso di aver trovato una soluzione, è il momento di cambiare strada”.

Il mestiere dell’allenatore è una vocazione, un richiamo di una qualche entità spirituale che ti assorbe e si impadronisce di te. Dalla riflessione e dal continuo miglioramento nascono nuove idee per il calciatore di domani. Erminio Russo ha terminato il suo allenamento, è felice ed è pronto a rimettersi in gioco ancora una volta. In fondo “siamo il prodotto dei nostri pensieri, l’importante non è vincere ma pensare in modo vincente”.

Riccardo Amato

 

 

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