Intervista a Giorgio Abeni: “Vi racconto il mio calcio”

È con grande piacere che pubblico sul mio blog una piacevole chiacchierata con una figura importante del mondo del calcio, Giorgio Abeni, Project Manager e Responsabile del Settore Affiliazioni del Modena FC 2018. Una conversazione “circolare” arricchita da temi che si alternano e ripetono con lo scopo di comprendere uno sport che sta cambiando e che necessita di risorse multidisciplinari.

Buongiorno direttore, partiamo forte andando subito al cuore della questione, che cos’è per lei un progetto sportivo e perché se ne parla tanto? 

“In tanti parlano di progetto, dal mio punto di vista questo deve essere definito a partire da un concetto manageriale. In particolare non possiamo dimenticare le attività di una società, i suoi vincoli, i costi ma soprattutto la pianificazione e il controllo: solo attraverso questi strumenti sarà possibile massimizzare il risultato finale. Le possibili problematiche di questo approccio riguardano spesso una scarsa pianificazione e l’assenza di rischi, ecco perché il progetto si trasforma in fallimento. Nel mondo dello sport come in ogni business servono competenze tecniche e manageriali, un ponte vero e proprio tra idea e realtà”.

A proposito di idee vincenti, come nasce l’idea delle società affiliate, con una forte propensione alle opportunità internazionali (sono ben 11 i paesi coinvolti: Olanda, Nigeria, Angola, Canada, Usa, Polonia, Malta, Capo Verde, Inghilterra, Cina e Thailandia)? 

“Nella mia testa si accese qualcosa nel 2009, grazie alla collaborazione tra un’importante squadra maltese, il Floriana FC e la Lazio. Fu il primo contratto di affiliazione. Le esperienze successive a Brescia e Carpi hanno dimostrato la bontà del progetto, raggiungendo proprio qui a Modena, insieme a Fabio Gozzi, Performance Manager un ulteriore grande successo, passando da 30 a 106 società affiliate. Questo è un programma di cui vado fiero all’interno di una strategia di external network management da parte di tutta la società. Sono tre le idee cardine: formazione, scouting ed eventi, a cui aggiungo fidelizzazione e fan base: il calcio ha ampliato i suoi orizzonti e mira a creare iniziative all’interno degli stessi eventi. La passione e la determinazione del settore affiliativo sono fondamentali”.

All’interno di un’altra intervista ho letto una sua considerazione sul merito e le scelte del nostro sistema. Ce le spiega? 

“Il merito ha a che fare con la propensione alla crescita e la valutazione del rischio delle proprie scelte. Appare evidente come si abbia paura a far giocare (e quindi rischiare) giovani calciatori importanti, lo stesso vale per tecnici e manager preparati, con idee ed entusiasmo. Nelle mie interviste ricordo spesso l’immagine dell’allenatore – manager in pallacanestro alto un metro e settanta, con i giocatori in campo che possono superare i due metri. Perché? Sono le idee che contano, la conoscenza viene prima dell’esperienza. Nel calcio questo approccio non è ancora stato completamente assorbito e considerato. Ho la sensazione che spesso vengano compiute scelte più per il consolidamento e per premiare l’esperienza rispetto alla valorizzazione di coloro che hanno quel “fuoco dentro”.

Parliamo di formazione e quindi di tecnici e dirigenti: quali caratteristiche deve possedere il manager sportivo? 

Nei miei 22 anni di esperienza ho capito una cosa: non si smette mai di imparare. Mi sono formato a Coverciano e come docente sto ultimamente supportando una studentessa della Sapienza in una tesi a riguardo. La chiave è “appassionarsi per migliorare dentro di sé”.

“Prendiamo la figura del direttore sportivo. Non esiste solo il calciomercato. Il ruolo richiede competenze organizzative e amministrative. In un’ottica di formazione continua, sono sicuramente indispensabili i corsi istituzionalizzati di Collaboratore di gestione e di Direttore sportivo professionista, ma possono non bastare. Ogni giorno e ogni persona possono offrirci conoscenza e sapere aggiuntivi e preziosi”.

Si sente di chiedere qualcosa alle istituzioni? Si sta facendo abbastanza per questo sport? 

“Il CONI è la luce da seguire per una corretta organizzazione sportiva nazionale. Stimo e apprezzo il lavoro di Ruggero Alcanterini, Presidente del Comitato Nazionale Fair Play, molto attivo nelle questioni riguardanti l’etica dello sport. La legislazione domestica del mondo sportivo rende allo stesso tempo difficile un intervento del legislatore come avviene in altri settori. La mia idea resta quella di creare tavole e convegni per unire gli stakeholder governativi, attori del mondo sportivo e universitario. Attraverso un confronto serrato possono svilupparsi idee per migliorare federazioni e leghe”.

Torniamo sul campo da gioco, esplorando e ricercando il talento. 

“Chi ha talento è colui che fa la differenza all’interno di un progetto grazie alle proprie capacità. Dobbiamo ricercarlo e valorizzarlo attraverso lo scouting e guardando non solo a giocatori ma anche a tecnici, dirigenti e collaboratori sportivi”.

È veramente possibile unire il talento a un calcio sostenibile? 

“La crisi ci ha insegnato tanto. Le politiche di creazione del talento sono necessarie per presente e futuro della società. Ribadisco quella che è la mia teoria: si parte dalla scelta di un management ben preciso, con idee, estro, fantasia e l’obiettivo di raccogliere il massimo risultato possibile. Prima di tutto viene il campo e quindi il training: un gruppo di allenatori che fanno la differenza, poi una rete di scouting alla ricerca del talento. A questo proposito cito con piacere il lavoro di Ivan Zampaglione, attuale Responsabile Area Scouting della US Triestina, professionista esemplare e maestro nell’organizzare una rete di osservatori capillare ed efficace. La cura della comunicazione della società e il marketing, politiche di external management e la pianificazione per obiettivi chiudono il cerchio. Siamo tornati così alla prima domanda che mi hai posto”.

“La sostenibilità è una forma di innovazione, la motivazione diventa un’opportunità e ci permette di lanciare quei giovani che lo meritano. Infine le persone, i veri protagonisti di una comunità territoriale, i loro valori, la capacità di includere e le pari opportunità”.

Concludiamo con una battuta sulla pandemia. Cosa ci ha lasciato di positivo una tragedia così brutale e globale? 

“Credo sia importante vedere del positivo nel negativo. L’augurio è che questa situazione possa concludersi presto ma soprattutto che ci lasci degli insegnamenti per il futuro. Ad esempio le nuove capacità di utilizzo degli strumenti informatici. Ora tutti siamo in grado di usarli e non abbiamo più scuse. I webinar via zoom o skype si sono rivelati strumenti utili per svolgere al meglio il nostro lavoro e rimanere in contatto con le persone”.

Riccardo Amato 

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