Giosuè Conte, a Trieste sognando San Siro

È tempo di nuove storie sul Blog di Riccardo Amato. Momenti e parole per ricordare un percorso, interrogarsi sul futuro e credere nella bellezza dei propri sogni. A 18 anni, quando fai il calciatore, è il momento di svoltare. Salire su quel treno che ti porterà alla prossima fermata della tua carriera. Giosuè Conte può dire di essere passato attraverso quella gavetta che porterai per sempre dentro di te. Quando incontri persone e stringi legami che ricorderai per sempre. E ora, dopo tanto lavoro, la grande occasione. Quel treno potrebbe passare a breve. In una foto che lo ritrae da piccolo, indossa la maglia numero 10. Il trequartista ha da sempre grandi responsabilità.

Giosuè è uno dei tanti ragazzi che amano il calcio. La sua storia, nel mondo dei dilettanti, fa rima con Accademia Inter, Centro di formazione del club nerazzurro e serbatoio di grandi talenti. “Qui sono cresciuto tanto e ho imparato le basi del calcio. Non basta essere bravi sul campo, devi dare il meglio anche fuori. Peccato non essere riusciti a vincere quel titolo con gli Allievi…”. Da piccolo si notavano in campo la sua forza fisica unita alla tecnica, fuori dal rettangolo verde il suo essere un “gran bravo ragazzo”.

Questione di comportamento e di testa. Le tue qualità possono aprire porte, ma una volta entrati in un nuovo ambiente dipende tutto da te. “Ho trovato un ambiente rigido ma giusto, sapevo che avrei avuto visibilità e devo ringraziare quelle figure che mi hanno accompagnato. Una persona in particolare? Direi uno dei miei allenatori, Francesco Muoio, un tecnico preparato e davvero importante per il mio percorso”.

A volte è così facile e spontaneo vivere di ricordi. Anche per i più giovani. Dopo la scuola, quando Gio correva agli allenamenti, c’era sempre nonno Rino alle sue spalle. Una figura importante, solida, capace di aiutarti e supportarti sempre. “Sono cresciuto insieme a lui, mi accompagnava agli allenamenti per poi restare a guardare, un grande appassionato”. Chissà cosa si dicevano quei due, chissà se nonno Rino avrebbe immaginato quel salto tra i professionisti, ora che Giosuè è un promettente calciatore della Primavera della Triestina. “Lui ci credeva, certo. E mi diceva di non pensare troppo. Non bisogna snaturarsi per piacere agli altri. Può essere utile accettare dei consigli, ma poi bisogna scegliere con la propria testa”.

Pane e calcio. Non è certo una novità per noi italiani. Ci sono anche altre passioni, altri interessi nel mondo di questo diciottenne. Quello di Giosuè è davvero sorprendente. “La cucina mi piace molto. È un mondo che mi attrae e mi diverte. Osservo e cerco di imparare dai migliori, adoro la serie Masterchef. Immagino i sapori e curo i dettagli. Il piatto deve essere anche piacevole alla vista oltre che al gusto. La mia specialità? Sto lavorando al calzone”. Vista l’ora, abbiamo già l’acquolina in bocca. Sarà bravo come con il pallone tra i piedi?

Che cosa riserverà il futuro? Dove sarà Giosuè tra cinque anni? “Spero di coronare il sogno di diventare un calciatore professionista. Questo è il mio momento. Sto per concludere la cosiddetta “Università del calcio” per accedere al mondo del lavoro”. Il presente si chiama Triestina. In campo le doti di questo attaccante non sono in discussione. Parliamo di un calciatore che sa abbinare qualità (assist) a marcature importanti. Quando il gioco si fa duro, Giosuè non si tira indietro e va a prendersi le sue responsabilità. Con alcuni colpi alla Ibrahimovic.

“La Triestina rappresenta per me un importante punto di partenza. La mia testa è al presente, poi si vedrà”. Intanto la grande soddisfazione di aver già partecipato agli allenamenti con la prima squadra di Mister Pillon. “Con i più grandi cambia davvero tutto. Dallo spogliatoio al ritmo nelle esercitazioni sul campo, fino al comportamento di questi grandi professionisti. Servono grande impegno e dedizione, anche il talento va allenato”. Il sogno più grande? “Scendere in campo a San Siro. Che soddisfazione e che orgoglio!”.

Esiste sempre un calciatore al quale ispirarsi. “Neymar mi fa impazzire. Avete visto cosa è capace di fare?”. L’idea di talento si colora di verde e di oro, con la consapevolezza che si debba restare concentrati. “Credo nel lavoro. Le mie priorità sono la famiglia, per l’amore che ti dà, il calcio e le relazioni con le altre persone”. Tra le pieghe scorgiamo anche una sapiente dose di autocritica. Giosuè corre consapevolmente il rischio di essere troppo esigente con se stesso. “Sicuramente sì. Mi è capitato recentemente di fare gol ma di pensare a quelli sbagliati”. Un modo di fare e una testa dura che ricordano un altro personaggio di queste storie di calcio, Antonio Altieri (qui la sua intervista). “Ho letto la sua storia e ho trovato delle similitudini rispetto al mio percorso”.

Il calcio non è solo uno sport, è un pezzo di vita. “Questo sport mi ha dato tanto, a partire dalle persone che ho conosciuto, nelle società nelle quali ho giocato, fino ai valori come il rispetto e l’educazione che ritengo essenziali nella crescita di ogni persona”. Altro che bad boy. Giosuè ci conquista con la sua semplicità e con quello spirito leggero e positivo. Lui che viene da Milano e si trova a passeggiare a pochi passi dal porto di Trieste. “La città mi piace molto. E poi qui c’è il mare”. Un attimo di poesia, prima di pensare a come segnare il prossimo gol.

Riccardo Amato

 

 

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